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Auschwitz: il racconto di Primo Levi

Ho visitato i campi di concentramento di Auschwitz – Birkenau nel dicembre 2019 assieme a mio padre.

Erano anni che sentivo l’esigenza di confrontarmi con quello spaccato drammatico di storica realtà che da sempre mi ha colpito in modo particolare. Al termine del mio percorso universitario in Studi Storici presso l’Università di Torino, ho prodotto la mia tesi proprio su questo argomento.

Grazie al prezioso lavoro del mio professore, Fabio Levi direttore del Centro Internazionale di Studi Primo Levi di Torino, ho esaminato uno dei libri più significativi del 1900 che narra lo spaccato umano dei reduci della deportazione. Il libro in questione è La tregua scritto da Primo Levi, pubblicato da Einaudi nel 1963 nella collezione Coralli.

L’obiettivo della mia tesi è stato quello di offrire un quadro dei giudizi che i primi recensori de La tregua hanno dato nel periodo immediatamente successivo all’uscita del libro di Primo Levi. La questione è sembrata tanto più interessante perché l’autore, conosciuto allora soltanto per aver scritto Se questo è un uomo sulla propria esperienza di deportazione, non era per nulla noto nel panorama letterario italiano. L’ampia risonanza suscitata dal suo secondo libro ha rappresenta dunque un successo significativo che è valsa la pena analizzare.

Nello spaccato che desidero offrire vorrei porre l’accento sui segni che la dominazione nazista ha lasciato nei reduci, direttamente con parole dell’autore e tramite le recensioni critiche dell’epoca, nella speranza che nulla si ripeta, nulla si dimentichi e onorando a modo mio la memoria delle vittime.

Auschwitz: i segni della dominazione nazista

La dominazione nazista e l’internamento nei campi di sterminio hanno lasciato nei reduci segni indelebili. Le cicatrici fisiche, provocate da torture, fame e freddo, sono visibili fin da subito. Le lesioni psicologiche invece sono nascoste più in profondità e sono causa di travaglio paura, senza che le ferite possano rimarginarsi.

Una cosa però rimaneva agli ex-deportati, come scrive Levi in Se questo è un uomo: “il Lager è una gran macchina per ridurci a bestie, noi bestie non dobbiamo diventare, […] anche in questo luogo si può sopravvivere, e perciò si deve voler sopravvivere, per raccontare, per portare testimonianza, […] siamo schiavi, privi di ogni diritto, esposti a ogni offesa, […] ma una facoltà ci è rimasta, e dobbiamo difenderla con ogni vigore perché è l’ultima: la facoltà di negare il nostro consenso”.

Negare il consenso e, dopo, raccontare. Al riguardo, parlando de La tregua, Gian Carlo Ferretti su “L’Unità” in prima battuta si concentra sulle riflessioni fatte dall’autore non appena varcato il confine italiano: “Sentivamo fluirci per le vene, insieme col sangue estenuato, il veleno di Auschwitz: dove avremmo attinto la forza per riprendere a vivere, per abbattere le barriere, le siepi che crescono spontanee durante tutte le assenze, intorno ad ogni cosa deserta, […] Ci sentivamo vecchi di secoli, oppressi da un anno di ricordi feroci, svuotati e inermi”.

In seconda istanza Ferretti esplora il pensiero tormentato di Levi tornato alla sua routine famigliare: a seguito dell’esperienza del Lager, l’autore non aveva potuto evitare di concludere il suo narrare «sotto il segno di un incubo, di un sogno agghiacciante e brutale: il “comando dell’alba in Auschwitz, una parola straniera temuta e attesa: alzarsi, “Wstawac”».

Dopo aver ricordato come l’autore, nel suo primo libro fosse stato capace di «penetrare l’intimo significato del Lager e di tutta la politica di oppressione nazista: la “demolizione dell’uomo”, la distruzione della sua dignità, e del suo mondo razionale e morale», parlando de La tregua Ferretti si pone vari interrogativi: «Perché l’uomo che era stato capace di risalire dal fondo dell’inferno nazista per gridare la sua testimonianza di fiducia, cede e si arrende proprio ora che i territori della guerra e del nazismo sono finiti? È solo il trauma di Auschwitz che spinge a questo, il marchio di un’esperienza che continua bruciare il cervello come un sogno angoscioso? 

È solo – prosegue ancora Ferretti – il ritorno violento dell’atavico fatalismo ebraico risvegliato da orrori non dimenticabili? O è invece qualcosa di più vasto e profondo, la sfiducia più o meno esplicita in un sistema che non ha saputo sanare le piaghe morali dell’uomo offeso, che non ha saputo dare concrete speranze in un “mondo diritto e giusto”, che ci dà continuamente la sensazione paurosa che, ancora, gli assassini sono fra noi?».

A queste domande il critico ribatte con una considerazione: «L’una e l’altra cosa, in fondo, non sono separate fra loro, e rappresentano i momenti di un’esperienza storica decisiva. Il doloroso approdo di Primo Levi, la sua angosciata impotenza dopo tanti anni di pace e di vita civile, devono farci seriamente pensare».

Anche Angelo Mele su “Nostro tempo”, segnala le ripercussioni della dominazione nazista sull’ultimo capitolo de La tregua, quando l’autore, dopo lunghi mesi di viaggio, è finalmente tornato a casa e racconta della sua quotidianità: «L’incubo d’Auschwitz s’allontana a fatica, anche quando, ritrovata la sua famiglia ebrea a Torino, Levi si accosta agli affetti, agli amici, alla “mensa sicura”, alla “concretezza del lavoro quotidiano, alla gioia liberatrice del raccontare”.

Ma “solo dopo molti mesi – egli scrive – svanì in me l’abitudine di camminare con lo sguardo fisso al suolo, come per cercarvi qualcosa da mangiare o da intascare presto o da vendere per pane; e non ha cessato di visitarmi, ad intervalli ora fitti, ora radi, un sogno pieno di spavento”. Tanto che gli pare di sognare ad occhi aperti, ritrovandosi solo, “al centro di un nulla grigio e torbido”, dove nulla è “vero all’infuori del Lager”, di cui risente l’orrore d’un comando: “Wstawac”, alzarsi».

La riflessione di Mele sottintende la consapevolezza che quanto testimoniato da Levi corrisponde ad «una realtà» triste e dolorosa destinata a non abbandonarlo mai più: una realtà, che l’autore decide di trasmettere ai lettori attraverso «un libro che nel suo dispiegarsi, severo e misurato, in trascrizione memorialistica, sottolinea una conquista umana, scopre insomma una moralità che filtra i ricordi al fine di elevarli alla razionalità della riflessione in un quadro storico obiettivo». Il recensore ritrova nelle drammatiche esperienze vissute dall’autore tutto «il dolore e il male perpetrato dalla follia nazista», e ritiene sia doveroso «leggere per ricordare».

Sul “Gazzettino” Aldo Camerino ci ricorda che l’autore «porta ancora tatuato sulla pelle, e lo porterà fin che viva, il numero che i tedeschi gli diedero: 174517». E sottolinea che nel «nuovo libro di Levi, a 16 anni da Se questo è un uomo, si assiste ad una netta differenza dal primo».

A suo avviso La tregua non possiede quella «sorta di calorosa impassibilità, di fremente capacità di litote, del suo primo, il quale conteneva infiniti fatti e ritratti, di un tempo troppo spaventoso perché una creatura possa risolversi a rievocarlo una seconda volta», ma ciò nonostante non si può fare a meno di soffermarsi su «un gruppo di versi, del 1946, – quelli posti in esergo al racconto – che fanno fremere».

Camerino prosegue: «sarà bene riferirli: perché certo in nessun modo si potrebbe dare idea di un certo clima; della sospensione che l’autore, ancor soggetto a mostruosi incubi e sogni spaventosi, sente nel suo intimo».

Levi «intanto vive e scrive, ed è uomo tra uomini eguali; e viene come pochissimi dalle soglie della morte […] prigioniero e maltrattato; eppure forse più dolente per i compagni che per sé di tanto disumano trattamento». I versi della poesia sono interpretati come «un’eco paurosa delle meditazioni in tanti anni fatte dallo scrittore; con un terribile finale: un pessimismo» che si può solo ritrovare nei versi dei «profeti dell’Antico Testamento».

 Su “L’Unione” Ernesto Ferrero richiama invece alcune toccanti considerazioni fatte dallo stesso Levi in occasione della pubblicazione del suo libro. Ricorda che «Primo Levi non fu rimpatriato per la via più breve: il suo ritorno durò un anno».

Riguardo ai segni che la terribile esperienza gli aveva lasciato e gli sforzi che aveva compiuto per tornare ad una vita normale, riporta le precise parole pronunciate dall’autore de La tregua su quando soleva recarsi in viaggio per lavoro: “Spesso i miei interlocutori sono dei grossi industriali compromessi col passato regime, e quando dico di chiamarmi Levi, e mostro il numero che ho tatuato sul braccio sinistro, ricevo soltanto degli imbarazzanti silenzi, o generiche parole di solidarietà”.

«Levi – scrive Ferrero – parla pacatamente, con la serenità che gli è tipica, serena, appena velata com’è di una tristezza remota», e conclude sottolineando che non è possibile «fare a meno di ricordare una delle prime pagine de La tregua, in cui questo stato d’animo è colto con struggente evidenza: “L’ora della libertà suonò grave e chiusa, e ci riempì gli animi, ad un tempo di gioia […] di pena, perché sentivamo […] che nulla mai più sarebbe potuto avvenire di così buono e puro da cancellare il nostro passato, e che i segni dell’offesa sarebbero rimasti in noi per sempre”».

Carlo Cappello nel suo intervento su “Il ragguaglio librario”, ci offre forse lo spaccato più completo della condizione degli esseri umani sottoposti alle crudeltà estreme dei nazisti. Leggiamo: «Venire liberati dalla schiavitù di un Lager non è un fatto semplice e univoco, come sarebbe dire vedere scomparire contro ogni umana speranza l’incubo della morte e trovare aperta la via verso la patria e la vita. C’è, al contrario tutta una composizione di complessi, a cui nessuna psicanalisi darà luce e che solo una catarsi radicale, scancellando un incancellabile passato, potrebbe e dovrebbe annullare per rendere probabile un ricominciamento nella esistenza.

L’ebreo Primo Levi, dopo le vicende già narrate in Se questo è un uomo, sa che non andrà al forno crematorio, torna a sperare di sopravvivere alla inedia e alla disperazione, rivolge l’animo alla riconquista della casa, degli affetti, del reinserimento nella società. Ma la semi-distruzione del suo fisico e della sua psiche lo fa ancor un numero del Lager, un uomo privo di diritti (o per lo meno della coscienza di essi), un nome o una cifra in balìa di genti e di forze più grandi di lui; e venire liberato da questi pesi dovrà costituire la più vera e più integrale liberazione.

La tregua è la documentazione delle difficoltà che Levi incontra nel lasciarsi alle spalle gli orrori diventati ormai sua seconda natura. […] Tutto nel libro è sfondo storico e cronologico a questo intimo travaglio. Il dimenarsi umano per una lotta di ciascuno contro tutti, divenuta oramai abituale per gli scampati; il mutare degli umori dei liberatori e dei liberati; il susseguirsi di ordini e di contrordini per il ritorno; gli incontri con gente d’ogni livello dentro e al di sopra della caotica comunità (o gregge) che marcia o viaggia verso l’ignoto; tutto si compone e si scompone in ombre di uomini e di luoghi.

Ombre che non cessano di essere tali nonostante la corposità delle persone, la concretezza della loro miseria, la realtà della loro disumanizzazione; ombre perché Levi non è ancora capace di giudicare criticamente, ma solo guarda (o forse soltanto vede) attraverso lo schermo del proprio smarrimento […] Levi ci sembra essersi ridotto a quella benevolenza saggia che tutto perdona perché proviene dal troppo aver sofferto e dal troppo ancora soffrire».

L’articolo è un estratto dalla tesi di laurea Le prime recensioni a La tregua di Primo Levi, di Luca Massola, relatore Prof. Fabio Levi, Università degli Studi di Torino, novembre 2020

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